Durante l’edizione 2014 di una delle cerimonie di intrattenimento più famose del mondo, la notte degli Oscar, la presentatrice Ellen Degeneres scatta una foto selfie dalla platea del teatro con alcuni attori molto conosciuti.
Lo scopo è in realtà quello di fare pubblicità allo smartphone Samsung (uno dei main sponsor di questa edizione) ma concentriamoci per un momento sul “rito” in sé e sul successo del tweet pubblicato poco dopo contenente l’immagine in questione.

Intanto chiariamo cos’è una selfie: un autoritratto fotografico in genere con un palmare, una fotocamera digitale o un telefono cellulare molto di moda da quando gli smartphone hanno invaso il nostro quotidiano, tanto che si sente parlare spesso di “selfie mania”.

Torniamo agli Oscar, il tweet delle Degeneres in poco tempo fa il giro del mondo e e diventa il tweet più retwittato di sempre superando anche quello in cui il Presidente Obama celebrava la vittoria alle elezioni per il suo secondo mandato.

Il successo del tweet ma sarebbe meglio dire della foto (diffusasi poi viralmente su Facebook e in tutto il web) è facilmente spiegabile: è un’immagine che disintegra – o almeno ne dà l’illusione – la distanza tra le persone e i divi, tra gli dei e i mortali, tra “noi” e “loro”.  E’ la normalizzazione della celebrità, nata con la diffusione della televisione e i conseguenti primi piani video che ci collocano a fianco delle celebrità, che ci permettono di condividerne le sue sensazioni alimentando un legame che potremmo definire affettivo. Tutto questo viene amplificato oggi dai social media: fortificano questa illusione rendendola più radicata nel grande pubblico che ormai sa dettagli della vita privata (quotidiana) delle celebrità prima ignorati.

La visione di attori del calibro di Maryl Streep, Julia Roberts, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence e Angelina Jolie radunarsi intorno a un cellulare per scattarsi una foto come potremmo fare ad una festa con i compagni di università ci teletrasporta lì, ci dà l’illusione di far parte di ciò che stiamo osservando. Siamo lì con loro, anche noi l’abbiamo fatto decine di volte, noi siamo come loro e loro sono come noi. Nell’epoca dei social media la teoria dei 6 gradi di separazione è ancora verosimile o va al contrario profondamente riadattata?

Questa dinamica nelle ultime settimane si è verificata anche nella nostra televisione, a Le Invasioni Barbariche ad esempio Daria Bignardi per usare probabilmente un linguaggio moderno e svecchiare la trasmissione (che tuttavia va già molto bene sui social network) ha coinvolto i propri ospiti in delle foto selfie… prima Michele Serra e Michele Bravi e poi Carlo Verdone e Paola Cortellesi. Il gioco è  sempre un importante espediente che aiuta ad ammorbidire i canoni televisivi e suscita simpatia.

 

Ecco quindi che i social media, nati per fortificare e ampliare le nostre reti sociali, si dimostrano i canali più adeguati per la diffusione di un contenuto apparentemente spontaneo, informale, amichevole, improvvisato come lo è spesso la quotidianità delle persone comuni.

Lo stesso fenomeno succede da anni in comunicazione politica, uno esempio su tutti è ovviamente quello di Barack Obama che fin dal primo mandato attua una strategia comunicativa sui social che ha il solo scopo di umanizzarlo, di renderlo una persona come tante. Lo vediamo mentre gioca con il figlio, o tenero con al moglie Michelle o ancora mentre lancia la palla al cane.
Forse i social media permettono di prendere coscienza con immediatezza di un qualcosa che non è poi forse tanto lontano dalla realtà e cioè che un personaggio pubblico è prima di tutto una persona?

 

*il termine selfie è stato coniato intorno al 2005 e nell’agosto 2013 il termine è entrato a far parte dell’Oxford Dictionary.