Come avevo detto nell’ultimo post di Fatti1domanda? Lo pubblico di lunedì invece che di venerdì ma è un’eccezione eh… che dici? Facciamo due su tre ok?

Mentre scrivo questo post sono in treno -di nuovo- e mi sono imbattuto in un video che ripropone un dubbio che mi pongo da un bel po’ e che non tocca solo il mondo dei blog, al quale questa rubrica è in gran parte dedicata, ma anche e soprattutto quello dei social network. Il video è un corto dal titolo What’s on your mind? realizzato da Shaun Higton, regista che si domanda e ci domanda: quanto è reale la vita che raccontiamo su Facebook? (quesito che di riflesso coinvolge tutti i social network e i blog)

Per quanto mi riguarda il video non è niente di straordinario ma gli interrogativi che si è posto l’autore «[…] mentre scorrevo il mio newsfeed Facebook mi sono detto: non posso credere che tutte queste persone vivano momenti incredibili per tutto il tempo» sono un’ottima occasione per dare il via a una bella chiacchierata con te… se ti va.
Di primo impatto il video colpisce, anche
se come giustamente fa notare qui Mafe De Baggis non «abbiamo bisogno di un video per scoprire che le vite narrate (a prescindere dal mezzo usato) sono più interessanti delle vite vissute». Eppure percepiamo qualcosa di vero nel video, ci riconosciamo in qualcosa che almeno una volta nella vita, magari non in modo così estremo, abbiamo fatto. In fin dei conti un filtro su una foto, un po’ sarcasmo o  un po’ di punteggiatura non sono espedienti per aggiungere un tocco narrativo ai nostri stati su Facebook?

 Raccontare storie fa parte della natura umana, lo facciamo fin da quando disegnavamo sulla roccia di una caverna, è uno dei primi “mezzi” di comunicazione che abbiamo usato. E’ un modo per tramandare un’informazione, condividere un’esperienza e al tempo stesso rielaborarla per farla ancora più nostra. E come si spiega il forte istinto a farlo sui social network? Il primo mezzo digitale in cui lo abbiamo fatto con intento narrativo sono stati i blog ma un blog presuppone o qualcuno che già ti segue o qualcuno che ti troverà tramite la community e il motore di ricerca e deciderà di farlo dopo averti letto.
I social hanno interrotto questa dinamica, l’hanno soppiantata: perché se è vero che, nell’azione di raccontare, la principale fonte di materiale, cioè noi e la nostra vita, è rimasta costante è vero anche che i social ci offrono automaticamente una cosa fondamentale, un pubblico (in teoria interessato, poiché legato a noi da un legame affettivo).

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Scrive Ebe Buzzi sul suo blog «sui social raccontiamo il romanzo della nostra vita… che spesso ha molto poco a che fare con la realtà. Sui social forniamo il nostro, riveduto e corretto ad uso della platea, per intrigare, innamorare ed attrarre un pubblico: farlo è facile e viene assolutamente spontaneo!» ed ha assolutamente ragione.
Forse sui social network vediamo le vite degli altri così belle e avvincenti (quanto a loro volta irreali) e decidiamo inconsciamente di inseguirle? Perché in fondo anche noi viviamo avventure, anche noi valiamo quel tanto da garantirci qualche like e se non abbiamo molto da condividere basterà aggiungere un tocco di immaginazione… “in fondo che male che fa?” Effettivamente non credo faccia male a nessuno se non forse a noi stessi, perché quando arriviamo a non percepire più il confine tra accaduto e inventato o a vivere in funzione di quella ansiosa condivisione forse è meglio fare un passo indietro. (Su questo punto difficile scordare il post di Lara -che per fortuna poi è tornata a scrivere!)

“il rischio più grande è lasciare che i like, le opinioni e i commenti degli altri (altri che, magari, non conosci nemmeno) influiscano fino a determinare la tua autostima”
Shaun Higton

Quindi non si tratta altro che di una continua ricerca di gratificazione istantanea? Siamo davvero sempre “edonisticamente orientati al presente” come ha detto Alessandro Cusmano, head of digital advocacy per Nokia, all’ultima Social Media Week?
Ipotizziamo che ciò sia vero, perché effettivamente forse lo è, come mai però tendiamo a farlo sempre in positivo? Perché il racconto deve essere sempre meglio e mai peggio? Forse perché i social sono diventati la “nuova TV” e li vediamo com un momento di distrazione, quindi vogliamo divertirci ed emozionarci, non deprimerci. Se ci pensi bene anche i più dissacranti e cinici vanno presi a piccole dosi, Woody Allen visto per un’ora e mezzo è un genio assoluto ma guardalo per sei ore di fila e poi ne riparliamo. Ecco perché è importante apparire divertenti, si deve essere accattivanti e spiritosi per assecondare il nostro pubblico; Twitter ad esempio è la massima espressione di tutto ciò.

Nel libro I social Network Giuseppe Riva sostiene che  questi strumenti contribuiscono a soddisfare delle categorie di bisogni ben precisi. Quindi probabilmente è per questo che “pompiamo” le nostre vite, perché vogliamo a tutti i costi quella “dose” che ci fa stare bene e ci aiuta a convincere gli altri e noi stessi di qualcosa: “valgo qualcosa”; “la mia vita è avvincente”; “mi piace il mio lavoro”; “amo la persona con cui sto”; “adoro mia suocera” e così via.

Riva riprende la Piramide ideata dallo psicologo americano Abraham Maslow e individua i bisogni che un individuo tende a soddisfare nella vita quotidiana (riuscendoci più velocemente e con meno sforzo anche sui social network).
Eccone alcuni:

  • bisogni di sicurezza: ci rassicura l’idea di avere un pubblico sempre pronto ad ascoltarci
  • bisogni di autostima: i like e i commenti si confermano che ciò che viviamo – e quindi ciò che siamo- è interessante
  • bisogni di autorealizzazione: ciò che sono è avvincente, piace agli altri, sono una persona fortunata

Per carattere tendo a non essere fatalista quindi sono fermamente convinto che molti di noi raccontino la propria vita sui social media, senza arricchirla più di tanto, per il semplice desiderio di condividerla con le persone che amano e a cui vogliono bene. Ma non si può negare che c’è una tendenza tangibile a raccontare vite che non esistono realmente ma che rispondono a un’ideale collettivo di avventura e felicità totalmente inverosimile. Un coppia sorridente che si fa un selfie non è più forte e solida di una che con discrezione dà valore a ciò che custodisce tenendolo per sé, i piedi di una persona in riva al mare non assicurano che quella persona sia felice o profondamente romantica. Probabilmente rispondiamo semplicemente a delle immagini mentali che facciamo di tutto per rendere reali e vissute.

Romanziamo davvero le nostre vite per inseguire, in un’infinita gara illusoria, le presunte vite degli altri?

fonti:
Ma perché i social ci piacciono tanto di Ebe Buzzi
Facebook il social network della menzogna di Federico Chiesi su Wired.it
I tempi della comunicazione social di Alessio Jacona su Wired.it
– I social network: cosa spinge al loro utilizzo? Solo curiosità e voyeurismo? di Chiara Landi su Europa Oggi
– immagine: sites.google.com/site/cinebeltran/els-efectes-especials

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